Sua maestà il cous cous!

Come molti sanno mia nonna ha origini siciliane, poi quando ha sposato mio nonno, veneto, si sono trasferiti in Libia dove è nato la mia mamma.
Ed è qui che la nonna ha imparato cosa fosse il cous cous e a cucinarlo dalle signore arabe.
Tripoli è nel cuore di mia madre, ha ancora tanti amici lì, e anche se io non ci sono mai stata la sento un po’ anche mia❤️

Ascolto fin da piccola i suoi racconti e me la immagino arrampicarsi sugli alberi, parlare una lingua sconosciuta mentre gioca con i bimbi tra le palme, immagino il profumo dei fiori e del mare e il sapore dei datteri dolcissimi appena colti.
Immagino la villa dove è nata, immagino la nonna a gestire la casa aiutata dalle signore del luogo, mi sembra quasi di sentire l’odore del cumino e della curcuma mentre ascolto le storie delle cene degli amici arabi che mangiano senza forchette e bevono thè nero con noccioline…

Il cous cous quindi da sempre fa parte della tradizione culinaria della mia famiglia, una tradizione comunque ricca, dalla Sicilia al Veneto, dalla Toscana alle Marche, ma il cous cous per me era il piatto speciale, quello per le grandi occasioni, quello che metteva felicità solo a pensarlo perchè sembra possedere qualcosa di magico… la nonna che si alza all’alba e incoccia la semola, il profumo del sugo di agnello arricchito dalla curcuma che si spande per casa dalle prime ore del mattino. Ma non solo: il cous cous è tradizione che si rinnova, io l’ho imparato a fare guardando mamma e nonna e mia figlia lo ha imparato allo stesso modo, e ugualmente lo insegnerà ai suoi figli…
Ma ora basta chiacchiere, passiamo alla ricetta! Se immaginate che sia semplice come cucinare il cous cous precotto non siete sulla buona strada, questa è una preparazione lunga che inizia molto presto al mattino, ma verrete ricompensati perchè questo cous cous è il vero cous cous!

La prima operazione da fare si chiama “incocciare”, in questa fase si prepara la semola facendogli assorbire acqua in modo tale che aumenti il suo volume.

Ingredienti:
Per questa prima fase avrete bisogno solo di:
– Semola
– Acqua
– Sale

Prendete un bricco, versateci dentro acqua e aggiungetevi un cucchiaino di sale, mescolate finchè non si scioglie
Prendete la semola, poca per volta, e ponetela nella ciotola da lavoro aggiungendo poca acqua.
Lavorate la semola con una leggerissima frizione del palmo e movimenti rotatori finchè non avrà assorbito l’acqua. Questo lavoro dovrete ripeterlo poi tirando giù la semola dalla couscoussiera diverse volte, al termine della preparazione vi assicuro che le vostre mani saranno lisce e morbide come il burro, anche se un po’ ustionate😃
Aggiungete a questo punto ancora un po’ di semola e acqua fino a che non sarà della dimensione giusta.
Continuate con lo stesso procedimento fino al termine della semola.
Una volta terminato prendete la semola e lavoratela con un filo di olio o meglio ancora appunto, di burro ammorbidito.
Terminata la fase di incocciatura si passa alla vera e propria fase di cottura.
Il cous cous tripolino, come anche in tutte le varianti arabe si cuoce a vapore in un apposita pentola chiamata couscoussiera: mia nonna le portò con sé via da Tripoli, in famiglia ne abbiamo una ciascuno.

Parliamo ora di spezie: le spezie arabe per il cous cous devono essere fresche e profumate, in particolar modo la curcuma è fondamentale, se non ne avete procuratevela assolutamente, io per esempio utilizzo quella che trovo nei negozi etnici.

Conferisce al sugo un sapore più rotondo, speziato, profumato… con l’agnello è perfetta!

Per chi ama i sapori forti e piccanti gli arabi usavano fare piccante il loro cous cous con della pasta speziata di peperoncino tipica chiamata harissa.

Gli ingredienti sono fondamentali per la buona riuscita del piatto, cercate di scegliere prodotti freschi e di buona qualità.
Ed eccoci alla ricetta del sugo!
Per 8 piatti abbondanti
1 kg di semola (peso prima dell’incocciatura)
1\2 zucca
1 carota a testa
1 patata a testa
1\2 cipolla bella grande a testa + 2 per il sugo
olio evo qb
3 cucchiai abbondanti di curcuma, cumino, garam masala, spezie arabe
2 kg di passata di pomodoro
2 kg di agnello in pezzi
3 scatole di ceci lessati

Procedimento per il sugo
In un tegame molto molto grande fate a fettine le cipolle e fate imbiondire con abbondante olio evo.
Aggiungete adesso la carne di agnello e fatela soffriggere bene, aggiungendo le spezie in modo che si insaporisca.
Aggiungete poi le patate e le carote intere e coprite con la passata di pomdoro.
Portate a cottura il sugo aggiungendo acqua all’occorrenza: dovrà essere un sugo bello liquido, ed utilizzatelo di tanto in tanto per bagnare il cous cous quando andrà girato (circa ogni 20 minuti).
Occorreranno circa 2 o 3 ore affinchè il tutto sia pronto, circa 15 minuti prima del termine della cottura aggiungete anche la zucca e i ceci in modo tale che si cuociano direttamente nel sugo di agnello.
Nel frattempo si può procederealla preparazione delle altre pietanze:
Lessate i ceci in abbondante acqua salata e mettete da parte;

L’impiattamento

Anche impiattare il cous cous è un arte, occorre farlo nel modo giusto.
Mia nonna raccontava sempre che gli arabi mettono il cous cous in un grandissimo piatto centrale, tutti gli si siedono intorno e mangiano utilizzando le mani ognuno la sua porzione: quella che gli si trova davanti.

Siete pronti per iniziare?

Casa sempre in ordine, ovvero come impedire al Caos di impossessarsi di noi

Vi piacerebbe imparare a tenere la casa in ordine in pochissime mosse? Ho messo la mia esperienza al vostro servizio scrivendo un piccolissimo manuale che potrete trovare in formato ebook su Amazon qui

Intanto vi metto un piccolo estratto…

“Oddio, ma serviva davvero all’umanità un altro libro sull’ordine, direte voi? Ce ne sono a bizzeffe, ne ho letti mille e la mia casa è comunque un continuo caos, perché dovrei buttare altri soldi per sentirmi dire quello che in realtà non ho voglia di fare e per continuare comunque a sentirmi inadeguat*? E lo so, cari miei, lo capisco, conosco benissimo quel senso di impotenza e di sconforto che prende alla gola all’incirca un’ora dopo aver finito di mettere a posto (e ovviamente aver fotografato per i social!) la casa finalmente in ordine… perché la verità è che basta un’ora, mica tanto di più, anzi forse anche meno, per far sì che il Caos (per non dire il casino!) si impossessi nuovamente di noi, della nostra vita e di tutti gli ambienti di casa! La realtà è che tenere la nostra dimora in ordine e pulita sembra alla maggior parte delle persone una lotta impari contro una Forza oscura, più grande di noi, pesante come lo Spleen di Baudelaire, che ci sovrasta, ci annienta, ci mette all’angolo, soprattutto quando si ha un lavoro full time e/o si è genitori: la mattina è una sempre corsa contro il tempo, il pomeriggio ci sono sport e compiti, la sera si rientra all’ora di cena e così non riusciamo a trovare il tempo per riordinare il caos che ci gravita intorno, anche perché i figli richiamano la nostra attenzione, gentile eufemismo per dire che rompono le palle, fra compiti e giochi! Così i piatti si accumulano nel lavandino, la polvere si posa sui mobili come la neve a Cortina, i giocattoli si infilano nelle parti più disparate di casa come se una mano invisibile si divertisse a lanciarli, e il Caos, lentamente ma inesorabilmente… si impadronisce di noi!

Capitolo 1

Dell’ordine e della salute E niente, per un attimo mi volevo sentire un po’ Cesare Beccaria con il suo “Dei delitti e delle pene”, anche se in realtà sono una semplice scrittrice da strapazzo! Tornando con i piedi per terra, dunque, in questo primo capitolo si parla di ordine, certo, ma anche di salute. Inutile dire che a nessuno, neppure ai più disordinati, piace vivere in questo modo, nel disordine, nella sporcizia infida, cioè quella nascosta, quella che vanno a cercare soltanto le suocere più rompipalle, insomma nel Caos più totale!”

… continua…

Perché non si fanno più figli?

In Italia si fanno pochi figli. Non considerate me, che ne ho tirati su 3 faticosamente, direi, ma la realtà è che globalmente stanno continuando a diminuire le nascite. Nello scorso anno, siamo scesi sotto quota 400 mila nascite (nel 2008 erano 576 mila).

Un problema notevole per il Paese, per l’economia, per le pensioni, per il welfare sociale, se calcolate che il numero medio di figli per donna oggi è a quota 1,27 (nel 2010 si era a 1,46). E sapete perché? Tanto per dirne una, sapete quanto costa mantenere un figlio fino ai 18 anni?

La forbice (non lo dico io, ma l’Osservatorio nazionale Federconsumatori (Onf), dati ISTAT) oscilla da un minimo di 118.234 euro a un massimo di 321.617 euro, con una spesa media di 175.642 euro.

Già da tempo la situazione era difficile, ma ultimamente ancora di più, perché continuano ad aumentare senza sosta i costi per l’abitazione e delle utenze, per l’alimentazione, per l’educazione e per la cura. Inoltre, come è facile immaginare, la pandemia ha tagliato di parecchio i redditi annui delle famiglie italiane medie. Molte donne sono a casa dal lavoro, purtroppo non sempre per loro scelta, ma i sostegni del governo non bastano alla natalità. Infatti, nonostante gli sforzi fatti per andare incontro alle necessità delle famiglie (bonus e agevolazioni), la tendenza del calo demografico non è ancora stata invertita.

Questo vuol dire che si tratta di misure “non sufficienti“.

La soluzione? Secondo Federconsumatori “è necessario avviare politiche a tutela della famiglia, della natalità e soprattutto del lavoro, per garantire condizioni migliori alle famiglie, oggi costrette a continui sacrifici, e dare un nuovo impulso al ringiovanimento del Paese”.

Non so a voi, io non faccio politica e non la voglio fare, ma da “casalinga” a me anche questo assegno unico figli sembra tanto la solita supercazzola, ovvero, da dizionario, la solita frase priva di senso pronunciata con convinzione al fine di confondere l’interlocutore!

In tutto questo una cosa è certa: non è coi bonus e con gli assegni che salveremo l’Italia dal disastro demografico.

Polenta creativa e super gustosa!

Cubotti di polenta al Camembert o Brie con lardo e salsa al tartufo, ricetta della serie ‘mammamia’! Quasi superfluo sottolineare che questo piatto faccia venire l’acquolina in bocca al solo pensiero, e vi assicuro che tutti i vostri amici che la proveranno la vorranno rifare!

Comprate la polenta già pronta al banco frigo del supermercato, apritela e tagliatela a fette o a cubotti, conditela con lardo e Camembert o Brie, se l’avete mettete sopra anche un po’ di salsa al tartufo, e ripassatela al forno finché il formaggio non si sarà completamente fuso e il lardo dorato e un po’ squagliato… Avrete un antipasto sfizioso e allo stesso tempo ricercato, festoso, ricco, saporito, perfetto per cene o feste importanti, un bocconcino succulento da offrire agli ospiti!

Noi siamo per le cose veloci ma di grande effetto!

Grazie di ❤️ cuore

Il Natale è nell’aria, è vero, ma prima c’è una data che per me è molto importante, il giorno del Ringraziamento, perché i motivi per essere grati a Dio e alla vita sono tanti, ognuno di noi ha i propri, non sto qui ad elencarvi i miei, vi dico solo che per me grazie è la migliore preghiera che si possa dire, e che mai darò per scontate le cose che più meritano la mia gratitudine ♥️
Voglio regalarvi una frase di Stefano Benni che dice: “Impara ad amare ciò che desideri ma anche ciò che gli assomiglia. Sii esigente e sii paziente. È Natale ogni mattino che vivi. Scarta con cura il pacco dei giorni. Ringrazia, ricambia, sorridi.”

E nel giorno del ringraziamento, un grazie enorme lo merita Daniela di Romafeste Il tuo City Party (338.3809953), per la bellezza della mise en place della mia tavola e perché è corsa in mio aiuto nelle piccole difficoltà ♥️

I cupcakes alla vaniglia di Magnolia Bakery, ricetta di Martha Stewart

Ok, lo ammetto, per me il guru in fatto di buon gusto e libertà è Martha Stewart: in Italia non ce n’è per  nessuno! Qui vi racconto la sua ricetta del prodotto più popolare del celebre panificio di New York City… I cupcakes alla vaniglia!

Con un impasto umido e tenero e una ricca glassa di crema al burro, questi cupcakes sono un vero classico! Questa ricetta proviene da “More from Magnolia: Recipes from the World-Famous Bakery and Allysa Torey’s Home Kitchen”.

Ingredienti

1 tazza e mezzo di farina autolievitante
1 tazze e mezzo di farina 00
1 tazza di burro non salato, ammorbidito
2 tazze di zucchero
4 uova grandi, a temperatura ambiente
1 tazza di latte
1 cucchiaino di puro estratto di vaniglia
Crema al burro alla vaniglia

  • Preriscaldare il forno a 350 gradi. preparare 12 pirottini. In una piccola ciotola, unire le farine. Nella ciotola di un miscelatore elettrico frullare il burro, fino a ottenere un composto omogeneo e cremoso. Aggiungere gradualmente lo zucchero, sbattendo fino a renderlo morbido, circa 3 minuti. Aggiungere le uova, una alla volta, sbattendo bene dopo ogni aggiunta. Aggiungere la vaniglia grattugiata e il latte; sbattere fino a quando gli ingredienti sono incorporati.
  • Dividere la pastella in modo uniforme tra i pirottini, riempiendolo per circa tre quarti e cuocere.
  • Mettere a raffreddare per 15 minuti. Rimuovere i cupcakes dai pirottini e raffreddare completamente. Una volta che i cupcakes si sono raffreddati, usare una piccola spatola per glassare le parti superiori di ogni cupcake von la crema al burro alla vaniglia. Servire a temperatura ambiente.

Vi svelo un segreto: le regole del bon ton…

… possono essere infrante, sì, anche se bisogna prima conoscerle! Ma mentre per conoscerle ci vuole in realtà davvero poco, tra libri classici e web, per farle proprie e saperle sovvertire e personalizzare ci vogliono armonia e intelligenza. Solo così ad esempio riusciremo a creare mise en place in grado di riflettere la personalità di ogni commensale, senza sovrastare tutti con la nostra (e chi ha orecchie per intendere, si diceva una volta…)

Se vogliamo ripassare lo schemino generale, per apparecchiare in genere ci vogliono: se piace il sottopiatto, ma non è certo obbligatorio, poi piatto piano e piattino, con il piattino per il pane in alto a sinistra, se si ha.
A sinistra le forchette, a partire dall’esterno quella che si usa per prima e così via. A destra i coltelli, con la lama rivolta verso l’interno. Per primo va messo il coltello da secondo ed infine il cucchiaio. In alto la forchetta per il dolce e/o il cucchiaino, sempre da dolce, ovviamente.
Il tovagliolo va… eh no, non solo a sinistra, può andare anche al centro del piatto!
I bicchieri vanno disposti in alto a destra, prima il bicchiere per l’acqua e a seguire i due bicchieri per il vino, allineati con la punta del coltello, e in generale i più alti dietro.

A questo punto, la parola d’ordine diventa: diversificazione!

Non tutti gli ospiti sono uguali, non tutti i giorni sono uguali agli altri, ci sono occasioni particolari, eventi e festività che portano un clima speciale durante l’anno, ci sono innanzitutto il rispetto delle tradizioni e dei gusti altrui!

Sulla base di questo si rivelerà e si misurerà il vostro reale bon ton, la vostra reale… cortesia per gli ospiti, ça va sans dire!

Interno. Delicate – Damien Rice. Polpette di ceci al curry.

Che poi io faccio tanto l’annoiata, ma la realtà è che le chiacchiere dei miei figli mi hanno sempre confortata, da quelle sagge di Marco, che fin da piccolo ragionava da piccolo lord, a quelle farfalline di Flavia Sole, che col suo chiacchiericcio continuo e i suoi baci riempiva le giornate, a quello di Lorenzo Maria, un elfo pieno di ricci color rame con il cervello sempre attivo. La verità è che le cose che mi annoiano davvero sono altre e si sviluppano soprattutto nel pomeriggio. Si, perché a casa mia il pomeriggio solitamente si passa fra i doveri: si devono fare i piatti del pranzo, si devono fare i compiti, si deve andare agli sport… Negli ultimi giorni mi trovo spesso a riflettere, ma non è che mi soffermo io a pensare, no, è proprio un’idea fissa che compare e non mi lascia, continua a pungolarmi soprattutto nel pomeriggio, mentre svolgo le mie attività quotidiane… già, perché il problema è proprio questo, la fonte del tarlo che mi rode nella testa mentre faccio tutte le cose che devo fare sono proprio le cose che faccio.
Ho capito, semplicemente, che in alcuni momenti odio il 90 per cento delle cose che faccio.
Odio caricare la lavastoviglie, e lo faccio 2, anche 3 volte al giorno.
Odio indiscutibilmente il ciclo dei panni, dividerli, lavarli, stenderli, ritirarli, per non parlare poi dello stirarli.
Odio mettere a posto.
Odio fare la spesa, mentre cucinare invece mi dà sempre molta gioia.
Odio profondamente cercare parcheggio almeno 5 o 6 volte al giorno, perché faccio l’autista per 3 figli.
Insomma, senza elencare tutto, ma ogni madre che conosco potrebbe aggiungere attività infinite alla lista delle cose odiate, sono arrivata alla definizione che il 90 per cento delle cose che faccio in alcuni giorni non mi piace, definitivamente. Mi soffoca. Mi impedisce di vivere e di fare le cose che vorrei fare.
Che poi non sono cose difficili da fare: vorrei stare seduta sul divano a guardare la televisione con i miei figli. Ascoltare le loro chiacchiere con le orecchie piene e la mente vuota. Leggere un libro. Scrivere. Parlare al telefono per un’ora con un’amica. Uscire con il mio amore. Fare picnic. Ballare.
E quelle volte in cui mi sento così, vorrei sapere cosa fare per sollevarmi dalla mia momentanea confusione, che so essere comune a molte donne. Beh, non so voi, ma io spesso ne esco facendo un aperitivo. Vi sembra stupido? A me no, mi piace l’idea di uscire dalla routine, e allora aspetto mio marito e preparo un gin tonic, accompagnato da meravigliose polpettine la cui ricetta cambio spesso, e addentandole, succose e tiepide, mi sale un piccolo sospiro di sollievo, perché a volte per andare oltre basta solo fermarsi… e respirare.

Polpette di ceci

ceci lessati in scatola
erba cipollina
1 uovo
burro
scalogno
1 cucchiaio di farina
curry
sale

Scolate i ceci lessati e frullateli fino a ridurli in purea. Quindi aggiungete un po’ di erba cipollina e sale. Aggiungete anche un uovo per ottenere un composto omogeneo, poi friggete come se non ci fosse un domani!
Accompagnatele con la salsa al curry: fate fondere in un pentolino a bagnomaria il burro. Unitelo a uno scalogno preventivamente tritato e un cucchiaino di acqua in un tegame a fiamma media, fatelo cuocere per 5 minuti, aggiungete un cucchiaio di farina, mescolate e unite il curry e un po’ di sale, facendolo cucinare finché non si addensa.

Esterno. In macchina, nel traffico. Don’t worry – Boomdabash. Pici alla bottarga

Anche se in linea d’aria è a malapena a un chilometro di distanza, per portare a scuola l’unico figlio che può andarci perché non in DAD (acronimo per Didattica a Distanza, o anche Delirio a Domicilio) ci metto in media un quarto d’ora, ma se trovo traffico anche di più. E così mi trovo a sorbirmi le chiacchiere continue di Lorenzo Maria, che con l’infallibile logica dei suoi quasi 7 anni trova utile parlare o spiegare o chiedere la qualunque cosa in qualunque momento della giornata a chiunque abbia vicino in quel momento, e l’unico modo per salvare le mie orecchie che iniziano a sanguinare già di prima mattina è cominciare a pensare a tutte le cose che ho da fare.

Non che siano cose da meritare ore di meditazione, solitamente si risolvono in una mera lista della spesa seguita da cose piacevoli quanto il suono delle unghie sulla lavagna oppure il finire l’acqua calda mentre ti fai la doccia, tipo stirare o mettere in ordine le camere dei figli. A volte invece sono cose davvero divertenti tipo il pensare agli outfit estremi pieni di paillettes che usiamo io e le mie amiche quando usciamo, oppure trovo estremamente rilassante pensare alla cucina, alle mie mani che impastano acqua e farina e miracolosamente tirano fuori pane, pizza, torte, pasta… è un talento recente il mio, nato durante il lockdown dovuto al Covid-19, ma con la classica fortuna dei principianti mi sono trovata subito a sfornare pizze che Bonci levati proprio, e anche con il pane e la pasta fresca me la cavo piuttosto bene. Mi sa che oggi, approfittando del fatto che il piccolo a scuola fa il tempo pieno, mi applico e faccio i pici, che i ragazzi adorano, e li condisco con i profumi della mia seconda terra, l’Argentario e la laguna di Orbetello…

Pici con la bottarga

Per i pici:
1 Kg di farina
½ l di acqua
sale
se necessario, olio evo

Per il condimento:
pan grattato q.b.
olio extravergine d’oliva
bottarga di Orbetello fresca e grattuggiata

Versate la farina in una ciotola, aggiungete lentamente l’acqua un po’ intiepidita e il sale, poi impastate con energia per un po’, fino a rendere il tutto omogeneo. Copritelo con la pellicola trasparente e lasciatelo riposare per una ventina di minuti, mezz’ora.
Stendete l’impasto con un mattarello, fino a fare una sfoglia alta circa 1 cm, poi tagliatela a striscioline, che lavorerete con i palmi delle mani facendole rotolare su un piano di lavoro: dovranno venir fuori dei pici lunghi e sottili, tipo spaghettoni, con uno spessore uniforme. Una volta fatti, stendeteli su un canovaccio spolverato con semola di grano duro, per evitare che si appiccichino.
Mettete in una padella dell’olio, fate soffriggere delicatamente aggiungendo un paio di manciate di pan grattato e un pizzico di sale. Appena dorato il pane, facendo attenzione a non renderlo troppo bruscato, spegnete la fiamma e tenete da parte. Nel frattempo cuocete i pici nell’acqua bollente salata e cuocete per una decina di minuti o finché non vengono a galla. Scolateli e metteteli in una padella con la bottarga grattuggiata, un po’ di olio e un paio di cucchiai dell’acqua di cottura, poi amalgamate bene. Una volta impiattato, con il tagliatartufi aggiungete delle lamelle sottili di bottarga e infine il pangrattato a pioggia, senza lesinare!

Letizia Nucciotti: una Mamma di Oggi

Essere una mamma mi ha dato la possibilità di acquisire una sensibilità maggiore nei confronti di tante cose. Prima ero più paurosa nei confornti di tante cose, oggi, al terzo figlio, sono più… spericolata!

In questi mesi di covid ho letto tanto e di tutto. Con il lockdown ho iniziato a leggere i libri di ricette di Letizia Nucciotti, poi ho scoperto la sua storia e ho voluto conoscere di più e l’ho contattata grazie ai suoi canali social (anche lei è una… mamma 2.0!) ho scoperto e amato la sua storia e insieme abbiamo deciso di condividerla.

Da quando si accorge di essere in attesa di quel bimbo così desiderato la storia di Letizia ha una accelerazione di emozioni e di riflessioni.

Come per tutte le donne alla prima gravidanza inizia infatti per lei un viaggio in un territorio nuovo che prevede infinite e inattese scoperte. Una esplorazione del proprio corpo in trasformazione così come i pensieri, con mutata percezione del mondo intorno.

Un percorso per lei felice e reso serenamente godibile dalla presenza di affetti familiari solidi e da un amore di coppia così forte e complice da apparire come il parafulmine per ogni evento negativo. Inoltre tutto procede per il meglio, lei sta bene, continua a lavorare fino al settimo mese, e ad ogni visita ginecologica i parametri di crescita del bimbo, un maschietto, confermano il regolare sviluppo.

Le piccole, inevitabili ansie che ogni mamma prova nell’attesa, non hanno motivo per scatenare paure e preoccupazioni eccessive.

Poi arriva il giorno del parto previsto, senza corse perché il travaglio è lento …. troppo lento, con una dilatazione che non vuole procedere e gli ostetrici che la tirano per le lunghe. Dopo quasi 24 ore, quando non è più possibile fare il cesareo e lei è sfinita, con un intervento deciso e doloroso da parte dell’ostetrica il suo bambino esce dal suo corpo.

Solo la presenza continua e piena di tenerezza del suo uomo le aveva dato la forza di resistere a quella prova che credevano, dopo tutto quello sforzo fosse finalmente finita…

Invece già poche ore dopo vengono convocati dal Pediatra che di là da una scrivania, in modo freddo e robotico, ben attento a non fare un gesto o una espressione di vicinanza, annuncia loro che il loro bambino andrà valutato nel tempo ma che sicuramente avrà dei problemi nello sviluppo. Potrebbe non sentire, parlare o camminare… bisogna solo attendere dice con distacco, vedere cosa succede e… accomodatevi prego!

No, non è l’inizio di un film, ma la storia vera di Letizia Nucciotti, Amiatina (senese) veterinaria, cuoca e scrittrice, mamma di un bambino, oggi uomo, speciale.

Oggi ho la fortuna di avere proprio lei, Letizia Nucciotti, come ospite del mio blog.

Letizia, grazie per aver accettato di incontrarmi e per condividere la tua storia mettendoci nome, cognome e faccia.

LN: Grazie a voi perché per me è sempre una grande opportunità poter condividere pensieri ed emozioni con chi abbia voglia di prendersi il tempo e investire sensibilità per far proprie le altrui storie.

Io ho messo in questo racconto molto più del nome e della faccia, bensì ogni piega privata di pensieri, dubbi e paure, ma anche gioie grandi e inaspettate conquiste.

Il libro in cui ho raccontato la nostra storia è infatti autenticamente il mio diario che con la liberatoria di mio marito e mia figlia ho deciso di mettere a disposizione degli altri. Ho pensato che forse qualcuno avrebbe potuto trarre dalle mie esperienze qualche piccolo suggerimento o spunto per affrontare le proprie e che quindi sarebbe valsa la pena di esporsi.

Rileggendo a distanza di tempo ciò che avevo scritto, sono rimasta io stessa sorpresa della serenità che provavo ripercorrendo certi passaggi. C’era vita in quelle pagine, la mia vita di donna e di persona, di compagna e di figlia. Tutto ciò andava ben oltre la disabilità che diventava solo il punto iniziale di una più grande riflessione sulle priorità e sulla qualità di ogni scelta.

Come avete chiamato vostro figlio?

LN: Il nome lo avevamo già scelto ed era EZIO. Volevamo fosse breve e dal suono antico. Solo dopo abbiamo scoperto che il suo significato è “aquila” il che ci è sembrato fosse una bella idea di potenza e di libertà, di capacità di vedere a distanza e dall’alto.

Visto oggi va ancora benissimo, non solo perché davvero lui vede lontano, ma anche perché si incastra perfettamente nella parola “eccEZIOnale “come spesso dimostra di essere .


Il quadro clinico che vi ha presentato il dottore poco dopo il parto poneva una spada di Damocle sulle vostre teste e su quella del piccolo il piccolo Ezio aprendo l’ipotesi di un triste futuro. Sicuramente si è trattato di una vera violenza psicologica. La cosa peggiore è stata magari il non essersi posto minimanente i problema dell’effetto devastante che le sue parole avevano avuto su di voi.

LN: Sicuramente non eravamo affatto pronti a vivere un evento di questo tipo e di questa portata. Tutta la nostra gioia e positività si era sbriciolata in un attimo e quello che avevamo atteso come l’evento più bello ed importante della nostra vita pareva essersi trasformato in un incubo.

La freddezza e l’insensibilità del dottore, che invece di rivolgerci almeno una parola di comprensione e di chiarimento si ergeva quasi fiero nel suo ruolo di giudice inappellabile, ci faceva sentire ancora più soli e persi.

Come sono stati i primi giorni a casa con Ezio.

LN: Sono stati tardivi e lungamente desiderati perché, proprio per favorire una ricerca che “l’esimio dottore” stava svolgendo al fine di sue pubblicazioni professionali, ci hanno trattenuto in ospedale per due settimane. Io in reparto a far nulla e lui nella nursery in cui solo io potevo vederlo all’ora delle poppate. Giulio era totalmente escluso da ogni contatto.

Il ritorno a casa, in mezzo alle nostre cose, è stato quindi atteso, liberatorio e consolatorio. Potevamo cominciare a sentirci una famiglia. Finalmente avevamo vicino a noi il nostro bimbo per imparare ad accudirlo, per conoscerlo e osservarlo … anche con troppa attenzione .

Era bellissimo davvero, ma il nostro occhio non più sereno scrutava ogni piccolo gesto, reazione e respiro con il tarlo della paura e del sospetto.

Per fortuna non eri sola. Nella tua autobiografia descrivi una inaspettata rete di sostegno tutta al femminile.  Oggi è così difficile fare rete fra donne.

LN: No non era inaspettata, trent’anni fa e in parte lo è ancora oggi, nei piccoli paesi come il nostro, è cosa abituale andare a trovare le puerpere da parte delle altre donne.

Un tempo rappresentava, oltre al benvenuto ad un nuovo membro della comunità, un atto di tangibile solidarietà mamma a cui venivano portati beni di prima necessità come uova, farina, zucchero, biancheria o piccoli lussi come le arance o il caffè.

Oggi che le necessità primarie sono meno stringenti, rimane il gesto di accoglienza ed il garbo di un piccolo regalo, mantenendo però tutta l’importanza e il calore del benvenuto.Non meno importanti i racconti di vita e piccoli comprovati consigli che le donne più grandi portano con sé.

Quando decidi di lasciare il medico dell’ospedale?

LN: Abbiamo realizzato abbastanza rapidamente che non volevamo essere ostaggio emotivo di questo personaggio privo di cuore e di empatia .Un mese dopo il ritorno a casa, alla fine della prima “visita di controllo”, abbiamo deciso di non tornare più per la lunga serie di verifiche da lui calendarizzate e di cercare altri indirizzi e soluzioni.

Nulla infatti era cambiato, anche in quella occasione, nei suoi modi e nella sua espressione, nel suo visibile fastidio ad ogni nostra domanda e richiesta di spiegazioni. Come se la nostra presenza fosse un intralcio e una perdita di tempo nel suo “specialistico” impegno di ricerca statistica.

Con tuo marito non lo chiamavate dottore 😀

LN: Proprio per sfatare il ruolo di carisma e sufficienza che voleva arrogarsi e per scrollarci dal senso di subalternità in cui gli piaceva mantenerci, abbiano cominciato a chiamarlo “l’idraulico”. Con nessun intento di sminuire il ruolo e la professionalità degli idraulici che non indossano camici bianchi e non hanno” pazienti “con lacrime e sangue … Insomma una categoria a cui non è richiesta attenzione allo stato d’animo dei clienti, ma solo la capacità si stringere tubi e cambiare guarnizioni …

Le persone non sono solo muscoli, vene e organi. Se solo avesse detto “Mi dispiace tanto…”

LN: Ci sono comunicazioni che vanno oltre le parole, passano attraverso espressioni e piccoli gesti, nella voglia di ascolto e nella disponibilità a dare semplici spiegazioni.

Si può essere professionali senza concedere false consolazioni o inventare prognosi imprevedibili, senza però rinunciare ad un po’ umanità.

Questa “l’idraulico” non aveva proprio idea di cosa fosse.

Poi sono arrivati i primi sorrisi di Ezio, le prime parole, i primi passi. Come ti sentivi?

LN: Quasi a voler contraddire le tanto fosche previsioni Ezio col passare dei mesi rispettava se non addirittura bruciava le tappe di crescita.

Reattivo e tonico ad un anno camminava sicuro e pronunciava chiaramente le prime parole, così attento e preciso da destare meraviglia.


Nel frattempo avete cercato un altro consulto medico?

LN: prima di osservare queste tranquillizzanti conquiste sono comunque passati mesi e in quel periodo con siamo certo stati fermi ad aspettare. Il nostro intento non era infatti quello di voler nascondere la testa sotto la sabbia, avevamo al contrario bisogno di capire e necessità di fare domande a qualcuno che si prendesse il tempo e il garbo di rispondere .

Il primo importante punto di riferimento è stato il pediatra di base che in maniera affabile ci ha ricondotto ad un approccio più naturale e biologico col nostro bambino alleggerendo il nostro sguardo indagatore su ogni suo respiro. Visitandolo non mostrava fretta e metteva nei gesti una gentilezza che tranquillizzava lui e noi perché non appariva come una mera raccolta di dati e misure.

Il passaggio fondamentale è stato però, anche per suo suggerimento, quello di ricorrere ad un approfondito controllo presso l’Istituto neuropsichiatrico infantile “Stella Maris” a Calambrone (Pisa) al fine di comprendere se realmente ci fossero dei danni neurologici ed eventualmente di che tipo e gravità .


Lì siamo stati accolti e seguiti con grande disponibilità e professionalità uscendone sicuramente sollevati e rassicurati anche dal regolare sviluppo che Ezio stava dimostrando.

Quando avete deciso di allargare la famiglia e cercare un fratellino o una sorellina per Ezio?

LN: Ezio aveva compiuto i due anni ed era un bimbo bellissimo e vivace. Si arrampicava ovunque con destrezza e faceva prodezze sul triciclo.

Giocava col cane e col gatto, adorava la musica e i librini cartonati che gli leggevamo. Non era interessato alla compagnia dei suoi coetanei mentre più volentieri stava con gli adulti. Inoltre era un po’ troppo meticoloso e preciso nei giochi manuali e logici e nel linguaggio.

Quest’ultimo fattore in realtà ci pareva un pregio e non gli abbiamo attribuito alcun peso così come abbiamo sottovalutato una certa ripetitività di frasi e gesti.

Ci sentivamo liberarti da un incubo e con gioia abbiamo deciso che sarebbe stato bello avere un secondo figlio.

Due giorni dopo il terzo compleanno di Ezio, con un parto bellissimo e naturale è nata Bettina.

Come accoglie Ezio la sorellina

LN: Come per tutti i primogeniti è stato un passaggio impegnativo imparare a dividere spazi, tenerezze e interesse di tutti i familiari con quella nuova, ingombrante presenza.

Molti bambini involvono nelle autonomie, diventano capricciosi o petulanti pur di destare e pretendere attenzioni. Ezio si è semplicemente chiuso in se stesso rifugiandosi sempre di più nella rassicurante ripetizione di gesti, ascolto di musiche e immagini conosciute e sperimentate.

Non era facile da interpretare questo suo disagio perché inizialmente poco chiaro e soprattutto molto graduale.

Poi Ezio inizia a frequentare la scuola materna. Cosa succede?

LN: In effetti con il compimento dei tre anni Ezio era entrato alla scuola materna aggiungendo una ulteriore, importante variabile alle numerose che stavano segnando la sua giovanissima vita. Questo passaggio si andava sommando infatti all’arrivo della sorella, la morte del nostro cane e la chiusura del bar dei miei genitori in cui lui era cresciuto coccolato da tutti … e a svariate altre piccole ma importantissime cose.

Un carico pesante per chiunque e veramente fuori portata per una sensibilità come quella del nostro tenerissimo bimbo.


Lo sentivamo allontanarsi e non sapendo cosa fare tendevamo a negare cose che si stavano facendo sempre più evidenti. Comportamenti che nel contesto scolastico era inevitabile dover confrontare con quelli di altri bambini, risultando però davvero difficili da accettare per un genitore.

Cosa avete fatto quindi tu e tuo marito?

LN: In quella fase non riuscivamo granché a pensare in modo razionale . Era più facile affidarci alle consolatorie giustificazioni di tutti coloro, tra amici e conoscenti, che sostenevano che sono naturali le fasi di cambiamento soprattutto dopo la nascita di qualche fratello.

In realtà noi sapevamo che qualcosa non stava funzionando e la sofferenza di Ezio, ogni volta che gli chiedevamo di allontanarsi dalle sue stereotipate abitudini, si faceva sempre più forte e via via innegabile.

Questa vostra presa di coscienza, quanto è stata difficile?

LN: Molto difficile. Come di fronte a tutti i grandi dolori e sconvolgimenti della vita, l’iniziale reazione è di incredulità e di ostinato rifiuto. Comunque questa presa di coscienza è stato il passaggio nodale di tutta la nostra storia ed il vero motivo per cui ho deciso di mettere a disposizione il mio diario a chi volesse compiere questo importante e sanante percorso.

E’ questo il salto che molti familiari non riescono a compiere mai e che imprigiona loro e i propri ragazzi. E’ un processo che richiede tempo e un costante lavoro su se stessi e sulle proprie emozioni . Un percorso in cui ognuno procede con i propri tempi e si misura con la propria forza e storia emotiva.

Le mamme, grazie a quel legame che non si taglia col cordone ombelicale, di solito iniziano prima a raccogliere i cocci delle aspettative. Per i Padri il percorso è mediamente più lungo e prevede differenti meccanismi nient’affatto scontati.

Hai capito però che anche il tuo modo di essere mamma doveva cambiare?

LN: In realtà è questo l’errore ci si trova a fare, ovvero l’idea di dover cambiare, di essere un genitore speciale da subito impegnato in un laborioso percorso di “recupero” di ciò che a tuo figlio sembra mancare. In questa frenesia spesso si sprecano un sacco di energie e si sottopongono i figli ad uno stimolo spesso eccessivo ed inutile. La vera conquista è stata quella di capire che dovevamo semplicemente fare i genitori.

Coerenti e presenti ma non incondizionatamente protettivi , decisi a mettere nostro figlio in condizione di giocarsi tutte le sue possibilità, senza dimenticarci di noi stessi e di sua sorella.

Abbiamo fatto in modo normale con Ezio così come con Bettina ciò che si dovrebbe fare con tutti i figli, aiutarli ad essere se stessi senza caricarli di frustranti aspettative sproporzionate per i loro mezzi.

La serenità con cui si vive il percorso di crescita è più importante del traguardo, soprattutto se quello non è il tuo.

La differenza fra te e quel medico “idraulico”, è forse che tu come madre sei riuscita cambiare?

LN: Non credo che sia questa la differenza tra noi e non solo per l’antitetica posizione dei nostri ruoli in questa storia .

Penso piuttosto che fosse diverso in partenza il nostro modo di essere persone e di stabilire empatia con gli altri esseri umani. Dello slancio emotivo che a lui mancava totalmente noi abbiamo fatto l’investimento centrale della nostra vita.


A tutte le relazioni a cui abbiamo aperto il cuore e che hanno tanto arricchito la nostra storia, ho volutamente dato ampio spazio nel libro.

Facci capire come si comporta una mamma con cervello e come mamma con il cuore.

LN: Sono necessariamente e strettamente la stessa mamma. Entrambi questi “organi” sono fondamentali e dovrebbero lavorare sempre di concerto qualsiasi sia il ruolo che si ricopre, più che mai in quello di genitore.

Nel libro ho solo spiegato che esistono diverse fasi per arrivare ad un perfetto equilibrio tra comprensione logica degli eventi e una serena convivenza con questi.

La prima fase è quella razionale in cui prendi atto di ciò che sta accadendo. A questa segue la consapevolezza ancora dolorosa del fatto che sta accadendo proprio a te e ti pesa come un macigno sul petto. La terza è quando pian piano questo nodo si allenta e scopri la vita e tutta la normalità di ciò che credevi imperfezione.

È un lavoro lento e a volte faticoso a cui devi per varie volte nella vita rimettere mano. La nostra storia con Ezio è stata infatti una sorta di montagne russe con impegnative salite e inattese e rapide discese che ogni volta ci hanno obbligato a reinventare metodi ed equilibri.

Ogni tappa scolastica, ogni progressione ormonale, ogni mutamento di ruolo ha previsto un adeguamento e una scelta che fosse di crescita e non di rifiuto.

Ti chiedi mai cosa sia successo al medico idraulico, se sia cambiato?

LN: Non mi sono mai posta il problema perché è stato liberatorio cancellarlo dalle nostre vite. Francamente penso che persone così non cambino perché non hanno i recettori che li pongono in risonanza con altri esseri umani.Ci è capitato di incontrare in seguito personaggi simili, ma per fortuna ormai avevamo strumenti di reazione più solidi e maturi.

Mi dispiace solo pensare a chi dopo di noi sia incappato in questi rapporti di dominazione, resi tanto dolorosi proprio dalla fragilità emotiva dei genitori in momenti tanto delicati.

Penso anche che non raramente questo atteggiamento di “dura potenza” possa essere stato aggravato da maggiori insicurezze economiche e culturali delle famiglie in gioco.

Non sei mai stata mamma a tempo pieno. Hai lavorato sempre, prima come veterinaria, poi con tuo marito nell’agriturismo che avete rilevato con altri 2 vostri amici e che avete fatto diventare una eccellenza nel mondo del turismo equestre in Europa. Come hai conciliato professione e famiglia?

LN: E’ vero, sono sempre stata impegnata in numerose attività quasi sempre reinventandomi in ruoli assi diversi tra loro. Ho fatto la Barista per tanto tempo perché i miei nonni e poi i genitori avevano un bar in cui sono cresciuta e le cui storie si sono intrecciate con la mia vita e in parte hanno ispirato i mie libri.

Dopo la laurea in veterinaria ho lavorato per dieci anni in una grande cooperativa agro zootecnica vivendo anni di grande formazione. Contemporaneamente ho gestito con un collega un ambulatorio per piccoli animali scoprendo quanto il loro benessere fosse collegato ad affetti e alla cura di solitudini.

Dopo la nascita di Ezio ho lasciato l’ambulatorio e dopo quella di Bettina gli allevamenti per fare un anno la mamma a tempo pieno. Nel ’93 ho cominciato in punta di piedi a fare la cuoca nel nostro agriturismo a forte connotazione equestre (Il Cornacchino) allora agli albori della sua storia.

Questa si è rivelata la mia grande passione. Dopo 15 anni ho lasciato però l’impegno a tempo pieno riservandomi occasionali e speciali collaborazioni. Avendo più tempo ho fatto corsi di cucina e originali presentazioni dei miei libri un po’ in tutta Italia.

Da oltre 5 anni ho fondato con altri genitori una associazione, Pollyanna Onlus, dedicata a famiglie che abbiano nel loro nucleo persone con disabilità. Ne ho fatto un impegno quasi a tempo pieno.Negli anni ho conciliato il lavoro con il mio ruolo di mamma perché ho avuto il coraggio ed il privilegio di poter cambiare ruolo in funzione delle necessità della mia famiglia. Con la priorità dei figli prima, ma anche quelle dei genitori poi, mischiando sempre l’impegno lavorativo con la vita così come avevo fatto da piccola nel bar.

In questo non ho mai fatto una scelta di prestigio o di reddito ma solo di scelta di priorità. Mi sono tolta il camice e infilati cuffia e grembiule senza sentirmi sminuita. Ho lavato montagne di tegami e capato verdure ma sempre con passione e creatività senza sentirmi sprecata, felice anche del fatto che i miei figli giocassero fuori nel prato o andassero a governare i cavalli col babbo.

Hai iniziato anche a scrivere e nell’arco di pochi anni nascono 2 best seller: l’Antichef e Avanzi Popolo editi entrambi da Stampa Alternativa.

LN: Non ho iniziato allora a scrivere. Per me è stato sempre un bisogno e ho riempito quaderni e fogli sparsi di pensieri e descrizioni di momenti anche banali con una impossibile calligrafia.

Ho mandato centinaia di lettere scritte su tovaglioli, retro di calendari o carta gialla per regalare ad amici o all’amore della mia vita emozioni e attimi che non volevo perdere.

Il primo libro è nato pensando di fare una raccolta di ricette ( fotocopiate) da regalare agli ospiti del Cornacchino che sempre ne facevano richiesta. In mezzo ho aggiunto brevi racconti che fotografavano la società semplice ed equilibrata in cui sono cresciuta e che secondo me racchiudono uno stile di vita e di relazioni che varrebbe la pena recuperare.

Il secondo libro, “Avanzi Popolo” è il primo libro uscito in Italia a fare il punto sullo spreco alimentare e sull’obbligo morale ed economico di recuperare in primis un atteggiamento di sobrietà e moralità nei confronti del cibo come bene primario, non scontato e non inesauribile.

Intanto i tuoi ragazzi crescono e anche il Cornacchino diventa più grande e tu scrivi “Io ci Sarò “…

LN: Io Ci Sarò essendo il mio diario cresceva già da tempo nel mio cassetto e nei miei foglietti sparsi racchiudendo quando di più profondo ed importante c’era nella mia vita. Quello si un piccolo capitale da non sprecare.

Nei tuoi libri precedenti già avevi sperimentato il recupero della memoria: la ricetta era sempre accompagnata a un piccolo aneddoto, una riflessione. In questo libro la riflessione diventa una confessione familiare.

LN: Come dicevo per me lo scrivere è sempre stato motivo di liberazione e di riflessione. E’ un mezzo per non perdere momenti ed esperienze, per conservare nel trascorre del tempo l’immagine fedele di ciò che ho provato senza che il languore dei ricordi smussi i contorni e trasformi la realtà.

Questa necessità è diventata più forte e motivata nel momento in cui stavo vivendo una esperienza fondamentale come quella della gravidanza. E’ appunto con la narrazione minuziosa dei turbamenti e delle gioie che hanno caratterizzato questo periodo che ho iniziato “Io ci Sarò”.

Perché mi è parso indispensabile, nel senso che doveva assumere questo libro, sottolineare quanto voluto e frutto d’amore fosse questo figlio. La storia delle vicende che sono seguite non era che il seguito naturale di quella attesa, così come l’esito di profonda riconciliazione e di serenità a cui ci ha condotti. Il fatto che nel racconto fosse coinvolta tutta la famiglia era inevitabile. Non era però scontato che tutti, soprattutto la sorella, fossero disponibili ad assumersi il peso di una simile esposizione.

Lo slancio che sia Bettina che Giulio hanno mostrato, dopo aver letto il testo che ho messo a loro disposizione, mi ha aperto il cuore autorizzandomi moralmente a mettere la nostra storia disposizione di chi volesse affacciarvisi.

Lo scrivi nel sottotitolo di Io Ci Sarò:  Storia di una famiglia felicemente imperfetta,  La tua famiglia è felicemente imperfetta. Perché imperfetta e non semplicemente famiglia? Cosa vi rappresenta maggiormente: essere felici o imperfetti?

LN: Questo sottotitolo è fondamentale per sintetizzare il contenuto del libro, il valore del percorso che narra e l’audacia nel renderlo pubblico .

In una società che ha abituato tutti a mostrare solo una parte di se stessi, spesso falsamente perfetta, è liberatorio e sanante riappropriarsi della bellezza delle imperfezioni che ci rendono unici e diversi.

Ci siamo abituati a dover negare la malattia, la vecchia, la morte, a nascondere difetti fisici, paure, insicurezze e insoddisfazioni.


Tutto questo nascondimento richiede uno sforzo inutile che sacrifica energie e slanci che potremmo dedicare a volerci bene per quello che siamo, a guardarci dentro e intorno con maggiore benevolenza.

Facendo questo esercizio di liberazione si può magari riscoprire una gamma di valori fondamentali per il nostro equilibrio, coltivare affetti e relazioni che danno calore e senso alla vita.

La nostra felicità in questo caso è legata all’orgoglio consapevole della nostra imperfezione di esseri umani.

Questo surreale periodo segnato dalla pandemia, in cui si fanno più evidenti le fragilità di ognuno, potrebbe essere per tutti l’occasione per ristabilire un nuovo criterio di priorità.

Qual è per te la famiglia perfetta?

LN; Non mi sento così brava da emettere un giudizio tanto complesso. Penso solo che il presupposto migliore sia quello di smettere di paragonarsi con gli altri e di non rincorrere proprio l’idea assurda e impossibile della perfezione.

Prendere atto di quello che siamo, misurando ciò che abbiamo e non quello che ci manca è fondamentale. E’ un passaggio rasserenante e aiuta a costruire su quella base tutto il buono che è alla nostra portata.

Ritengo poi fondamentale il carburante rappresentato dagli affetti, quelli che hanno la pazienza di andare oltre i momenti di crisi che proprio per questo servono a crescere. Così come fondamentali in famiglia e nelle relazioni in genere sono il dialogo ed il confronto, la disponibilità a starsi reciprocamente ad ascoltare.

La copertina la disegna Ezio.

LN: Si quello di copertina è un disegno fatto da Ezio all’età di circa 9 anni e di cui conservo gelosamente l’originale fatto a matita.

E’ così particolare e minuzioso che mi pare riassuma più di ogni parola il suo sentire e il suo modo di essere a quell’età.

Mi incanta l’enorme attenzione ai dettagli, infinitamente diversi sia pure nella ripetitività dei soggetti. Le espressioni degli insetti forse aggressive e forse bonarie , un poco coccinelle e un poco scarafaggi. La misura importante della casa piena di finestre, anche queste tutte diverse, ma chiuse e senza una porta.

Io ci ho visto, forse impropriamente, la sua paura e la sua curiosità, il bisogno di un luogo protettivo e conosciuto che comunque permettesse uno sguardo su un mondo popolato da elementi dalle intenzioni difficili da interpretare.

Oltre a queste mie libere interpretazioni questa immagine appartiene ad una fase importante della vita di Ezio, quella in cui proprio attraverso i disegni aveva cominciato a rompere il blocco di granito relazionale in cui si era progressivamente rinchiuso.

Non è chiaro quale fosse in sostanza il problema di vostro figlio e quale la diagnosi a cui i medici venuti dopo “l’idraulico “ vi hanno condotto.

LN: La realtà che non è mai stata fatta una vera diagnosi. Nella personalità di Ezio pareva convivessero due aspetti antitetici . Ottime capacità cognitive e pratiche con una incapacità emotiva a gestirle , soprattutto in riferimento alle relazioni interpersonali.

C’è chi ha parlato di tratti autistici ( peraltro comuni a molte altre situazioni ) e chi ha imputato il comportamento all’atteggiamento sperimentale che involontariamente abbiamo avuto con lui nella prima fase di vita. Chi ancora ad un effettivo danno funzionale dovuto al trauma perinatale.

A un certo punto però abbiamo deciso che con ci serviva dare un’etichetta al nostro ragazzo. Abbiamo semplicemente cercato di aiutarlo a superare ciò che per lui appariva come un ostacolo dando valore e stimolo alle sue tante abilità.
Il risultato è l’uomo gentile e autonomo, pieno d’impegni ed interessi che oggi arricchisce la nostra vita continuando a sorprenderci.

Non ti fermi, lasci un lavoro che ami, una cucina che adori e della quale hanno parlato in tutta Europa e crei con altri familiari la Onlus Pollyanna, Perché?

LN: Dopo quindici anni di cucina a tempo sempre più pieno ho deciso ancora una volta di fare qualche cambiamento. Il mio tempo infatti veniva ormai sempre più monopolizzato da questa grande passione e dal relativo impegno di testa e di manualità.

Ho lasciato quindi spazio alle collaboratrici che negli anni mi avevano affiancata per riservare la mia presenza a particolari eventi e programmi, riappropriandomi di ritmi e di interessi ignorati o disattesi. Mi sono presa il tempo per i miei genitori ormai anziani e per seguire la fase delicata dei miei figli in piena adolescenza.

In questo nuovo spazio, mai avuto a disposizione, quasi per caso, nel corso di riunioni dedicate a differenti progetti sociali, ho avuto modo d’incontrare familiari di altri ragazzi disabili che vivono nel territorio.Dai nostri colloqui nati spontaneamente, e grazie alla presenza di una bravissima mediatrice familiare, ha preso forma il progetto di dar vita ad una associazione come punto di riferimento per le famiglie.

La cosa mi ha subito coinvolto perché tanto avevo pensato a questa opportunità durante l’infanzia di Ezio senza mai trovare fattive collaborazioni.

Una attività la nostra di puro volontariato a cui nel tempo abbiamo avuto il piacere di aggiungere le forze e le disponibilità di persone gentili e sensibili oltre alla capacità di bravi terapisti.

Una volta che hai condiviso la tua storia imperfetta, volevi forse abbracciare le storie di famiglie imperfette come la tua e forse meno felici?

LN: Ho sempre pensato che nella condivisione ogni impresa potesse risultare meno faticosa e più produttiva, compresa quella dell’essere genitori. Più che mai se questo ruolo debba tener conto di speciali necessità emotive e non raramente strutturali. Mi ritengo inoltre una persona fortunata perché la solidità della mia rete familiare mi è stata di grande supporto così come l’avere buoni strumenti economici e culturali.

Anche se l’economia e la cultura non sono mai risolutive se non accompagnate da coraggio e volontà.

Non ho mai pensato di misurare o giudicare l’altrui serenità ma semplicemente ho voluto offrire la mia personale esperienza e il mio slancio. In qualche misura questo ha contribuito a creare oggi l’opportunità di collaborazione e condivisione che fa bene a tutti.

Quanta forza hai dentro?

LN: Non ho mai pensato a me stessa come ad una donna forte, al contrario mi sono dovuta spesso misurare con paure e ansie, con la difficoltà di fare scelte.

Di occasioni e di prove ce ne sono state tante e non solo quelle riconducibili al nostro ruolo di genitori. Facendo un parziale bilancio penso che la forza sia un esercizio di partecipazione alla vita in cui tutti ci cimentiamo ogni giorno.

Non è possibile sottrarsi agli eventi ma a volte possiamo essere noi a decidere con che stile interpretarli cercando di non restare passivi ma combattendo attivamente la nostra personale battaglia. La mia ricarica è stato l’entusiasmo con cui mi faccio trascinare in ogni impresa, è il piacere di dedicarmi anche alle piccole incombenze giornaliere aggiungendo fantasia o un gesto di cura che ne compensi la ripetitività.

Questo atteggiamento mi ha aiutato anche nei momenti più difficili, mi ha consolato, distratto dal problema o dato degli obiettivi verso cui dirigermi. Senza saperlo mi sono così trovata con sorpresa ad aver attraversato il guado.

Ci leggono amiche che hanno sofferto o che ancora soffrono. Cosa vuoi dire a loro.

LN: Non è facile trovare una risposta che possa andare bene per tutte e soprattutto per il momento differente che ognuna si trova a vivere. Posso solo dire ad ognuna di non dimenticarsi mai di se stesse e dei propri piccoli bisogni di persona e di donna. Solo salvaguardando i nostri primari bisogni, la nostra femminilità e concedendoci semplici piaceri, possiamo mantenere l’energia e la lucidità necessarie a noi stesse e alle persone che amiamo.

Letizia, ti ringrazio di cuore per esseri messa così a nudo e invito tutte le nostre lettrici che se desiderano scoprire ancora di più il tuo mondo, possono farlo attraverso i tuoi libri  -> https://www.ibs.it/libri/autori/Letizia%20Nucciotti

G.W.